[BlogTour]Presentazione e Incipit del Romanzo: La nebbia sul ponte di Tolbiac di Lèo Malet edito Fazi Editori







Buongiorno cari Lettori oggi una Pausa di Lettura è felice di ospitare la prima tappa del BlogTour di "La nebbia sul Ponte di Tolbiac " di Lèo Malet. Maestro del Giallo con sfondo noir , Malet attraverso il personaggio dell'Ispettore Privato Nestor Burma ci porta indietro nel tempo ad una Parigi degli anni '50. Un nuovo misterioso caso di aggressione ad un vecchio straccivendolo , porterà il nostro Nestor Burma ad indagare su  amici di un passato  anarchico  di cui  in età molto giovane aveva fatto parte.
Nebbia sul ponte di Tolbiac è unanimemente considerato il capolavoro di Léo Malet, e le sue sono pagine fra le più felici del noir europeo.






Edito:Fazi Editore - Collana Darkside
eBook:€5,99
Cartaceo:€15,00
Uscita 17 Novembre

Trama:
Quando Nestor Burma riceve una misteriosa richiesta d’aiuto dall’ospedale della Salpêtrière, si precipita sul posto a dare un’occhiata. Ma è troppo tardi: Abel Benoit, un vecchio anarchico, è morto prima di poter parlare con lui. Cosa aveva da dirgli? E perché il mondo dell’anarchismo parigino, con il quale Burma è stato intimamente coinvolto, non è più quello di una volta? Che fine hanno fatto i suoi vecchi amici? Forse qualche indizio può fornirlo Bélita Moralés, seducente gitana che a sua volta nasconde tanti segreti e ha alle spalle una vicenda familiare dai risvolti inaspettati. O forse la pista giusta è legata a un altro caso: la scomparsa, avvenuta nel 1936 nei dintorni del ponte di Tolbiac, di una grossa somma di denaro. È un’inchiesta dura e dolorosa, quella che attende Nestor Burma. Ed è ambientata nel XIII arrondissement, il quartiere dove ha trascorso la sua adolescenza misera ma ricca d’ideali: un luogo pieno di ricordi, dove il passato spunta fuori all’angolo di ogni strada. Un’indagine durante la quale si imbatterà nell’amore e nella morte e dalla quale uscirà scosso come non mai.


Incipit del Libro :

Capitolo 1
Compagno Burma!

"Visto che avevo la macchina a riparare, presi il metrò.
Avrei potuto tentare di acchiappare un taxi, ma eravamo a un mese e mezzo da Babbo Natale. Pioveva di brutto e si sa che, appena cadono anche solo due gocce, i taxi si fanno subito più rari.
Dev’essere che si restringono con l’umidità. Non trovo altra spiegazione. E quando non piove più, non vanno mai nella direzione desiderata dal cliente. Per quest’ultimo fenomeno non ho spiegazioni, ma i conducenti, loro, ne offrono di eccellenti.
Presi quindi il metrò.
Non sapevo bene chi o cosa mi sollecitasse all’hôpital de la Salpêtrière. Andavo in quel posto così poco invitante su convocazione, per così dire.
Avevo ricevuto con la posta di mezzogiorno, al mio ufficio di rue des Petits-Champs, una lettera abbastanza misteriosa da suscitare il mio interesse.
Anche se l’avevo già letta più volte, la rilessi nel vagone di prima classe della linea Eglise de Pantin-Place d’Italie, che mi portava a destinazione.
Diceva:

Caro compagno,
mi rivolgo a te, anche se sei diventato uno sbirro, sei però uno sbirro un po’ particolare, e poi ti ho conosciuto da ragazzino…

La lettera era firmata Abel Benoit. Abel Benoit? Non ricordavo di aver mai conosciuto, da ragazzino o dopo, uno con quel nome. Avevo un sospetto – un’idea molto vaga – sul possibile ambiente di origine della missiva, ma Abel Benoit, nel senso di qualcuno di nome Abel Benoit, non lo conoscevo.
Il tipo proseguiva:

Un farabutto sta tramando delle porcherie. Vieni a trovarmi in ospedale. Salpêtrière, stanza 10, letto…

Lì non era ben chiaro. Si poteva leggere 15 o 4, a scelta.

…Ti spiegherò come salvare la pelle a degli amici. Fraternamente, Abel Benoit.

Nessuna data, eccetto quella sul francobollo da quindici franchi stampata dal timbro obliteratore dell’ufficio postale di boulevard Masséna. A parte la firma dal tratto abbastanza fermo, come tutte le firme, la scrittura del biglietto era piuttosto tremolante. Cosa facilmente spiegabile. Quando uno giace su un materasso della sanità pubblica è perché la salute lascia a desiderare e, se le mani tremano, la grafia ne risente. Non solo, un ginocchio non è come un tavolo su cui appoggiarsi. L’indirizzo sulla busta era opera di un’altra mano. Il foglio a quadretti utilizzato usciva da una confezione tre per due del tipo più economico. Il tutto sembrava aver soggiornato più o meno a lungo in una tasca o in una borsa, prima di essere infilato nella cassetta. Emanava, per un naso attento, un tenue effluvio di profumo a buon mercato. Il tipo aveva probabilmente affidato il messaggio a un’infermiera un po’ negligente quando era fuori servizio. Dal tenore del biglietto si poteva anche concludere che il mio corrispondente non amava i poliziotti e che un pericolo minacciava degli amici comuni (?) a causa di un tipo malintenzionato.
Piegai la lettera e la sistemai tra le altre carte che mi portavo dietro, chiedendomi perché mi dedicassi a quello sterile giochino di deduzioni melmose. Era un modo di perdere tempo inutilmente, visto che ben presto mi sarei ritrovato in presenza di quel misterioso malato sconosciuto. A meno che…
L’idea che potevo essere vittima di uno scherzo non mi aveva ancora sfiorato, ma adesso, di colpo, mi venne. Abel! Non ti dice niente, Nestor? Pensaci bene, è il tuo mestiere. Abel! E se per caso il farabutto che stava macchinando delle porcherie si chiamava Caino? Eh? Sarebbe divertente, no? Un bel pesce d’aprile, consegnato a metà novembre, come un rimpianto dei bei giorni andati per opera di un burlone raffinato.
In ogni caso, non mancava molto alla soluzione. Quindi, nell’attesa, tanto valeva guardarsi attorno per vedere se per caso non ci fossero un paio di gambe velate di nylon degne di attirare l’attenzione di un onest’uomo. Mi avrebbero distratto. Anche i raggirati hanno il diritto di distrarsi. Di solito, sotto questo aspetto – parlo di gambe femminili, ben tornite, finemente inguainate e incrociate abbastanza in alto, cosa che non guasta affatto – si è sempre piuttosto ben serviti. Be’… dipende dai giorni naturalmente. Bisognava quindi credere – pessimo presagio! – che quello non fosse il giorno buono per me, almeno quel pomeriggio. C’era sì una bionda vaporosa, seduta sul fondo della carrozza, ma mi girava le spalle. Quanto agli altri viaggiatori, tutti rappresentanti del sesso forte, ignoro come fossero le loro gambe – non voglio neanche saperlo – ma, nell’insieme, avevano delle brutte facce.
I due zoticoni davanti a me in particolare. Due giovinastri, conciati con dei colletti inamidati, modello calicot della domenica. Una parte del vagone di prima era stata convertita in seconda classe, e quelli non distoglievano lo sguardo dal vetro divisorio, tenendo le loro testoline da elettori medi l’una contro l’altra, dandosi talvolta di gomito, da cafoni fatti e finiti, o ridendo silenziosamente e stupidamente, quando non abbozzavano, per non rimanere inattivi, una smorfia grottesca. Forse andavano anche loro alla Salpêtrière, ma per seguire una cura. Peccato che il professor Charcot fosse morto nel 1893. Sarebbero stati due soggetti interessanti per lui.
Infastidito dal comportamento di quegli odiosi individui, mi alzai. Avevo altre tre buone ragioni per abbandonare il mio posto. Ero abbastanza curioso di vedere quale spettacolo li eccitasse in tal modo, la mia stazione si stava avvicinando e, infine, avevo la strana impressione di essere osservato: sentivo due occhi che mi fissavano con insistenza la nuca o le spalle e pensavo di potermene liberare spostandomi. Mi alzai quindi e, dirigendomi verso una porta, adocchiai la parte più democratica della carrozza.
La ragazza che aveva mandato in trance i due stolti davanti a me era in piedi vicino al vetro divisorio, per non dire appoggiata contro.
Sembrava a migliaia di chilometri da lì, intenta a raccogliere pervinche ma, quando i nostri sguardi si incrociarono, lei incatenò il suo al mio con un impercettibile movimento delle ciglia.
Non poteva avere più di venti o ventidue anni. Di statura media, ben proporzionata. Il suo trench non proprio lindo – come lo sono tutti i trench – e sbottonato lasciava intravedere una gonna di feltro leggero rosso e un maglioncino nero sotto il quale due seni piccoli ma sodi puntavano in modo autoritario. La vita sottile era stretta da una cintura fulva, disseminata di borchie. Una capigliatura folta, nera dai riflessi blu, incorniciava l’ovale perfetto di un grazioso viso dal colorito leggermente olivastro, nel quale si aprivano due grandi occhi scuri e una bocca sensuale, sottolineata da un rossetto chiaro. Dalle orecchie pendevano anelli di metallo dorato, che oscillavano al ritmo dei movimenti del treno.
Aveva l’aspetto di una gitana e il portamento della testa maestoso tipico delle ragazze della sua razza. Del resto sono tutte, più o meno, di sangue reale.
Un mondo popolato di tradizioni strane, di poesia e di mistero la separava dai miei due scimuniti ghignanti. Anche se, chiaramente, era difficile non notarla, perfino per i più deficienti. Si notava e ricordai infatti di averla già incontrata sul marciapiede della stazione République, quando avevo cambiato linea. Mi chiedevo se significasse qualcosa. Forse ho una faccia che ispira a dirmi la buona ventura.
Il convoglio traballante bruciò la stazione dell’Arsenal, chiu­sa al pubblico dalla guerra; eppure guerra e arsenali erano indissolubilmente legati, ma forse non era il caso di sforzarsi a capire, esattamente come per lo sguardo che sentivo inchiodato su di me. Il treno emerse dalle profondità sotterranee poco prima di arrivare al quai de la Rapée e attraversò la passerella parallela al pont Morand, che passava sopra l’ultima chiusa del canale Saint-Martin. Si fermò davanti a muri grigi e umidi, sputò qualche passeggero, ne ingoiò qualcun altro, e ripartì tra gli scatti delle porte e un breve fischio.
Ancora qualche metro sottoterra per passare sotto il pont d’Austerlitz e il treno, tornato in superficie, prese la curva, girò attorno agli edifici in mattoni dell’istituto medico-legale – sinistri solo per la rappresentazione che se ne fa, ma d’aspetto gioviale e pimpante come quello del dottor Paul stesso, massimo sacerdote di questi luoghi – e imboccò rumoreggiando il viadotto metallico che scavalca la Senna.
Con la pipa in una mano, la borsa del tabacco nell’altra, contemplavo il paesaggio esterno che sfilava sotto i miei occhi, ma continuavo a sentire su di me il peso dello sguardo della giovane gitana.
Il fiume trascinava acque color piombo. Ne saliva una timida bruma, che avrebbe di certo preso coraggio. Al port d’Austerlitz era ormeggiato un cargo battente bandiera britannica su cui si affaccendavano alcuni tozzi marinai, sfidando la maledetta pioggerellina che il cielo basso non cessava di far cadere.
Poco oltre, verso il pont de Bercy, una gru scheletrica ruotava sulla propria base, come un’indossatrice che presenta un nuovo abito.
Riuscii a caricare la pipa solo quando spuntarono nel mio campo visivo le gigantesche travi metalliche disposte a x che costituiscono la barriera mediana alla gare d’Austerlitz, sullo sfondo fumoso della prospettiva dei binari della linea di Or­léans. Il metrò si fermò facendo stridere tutti i freni a sua disposizione.
Scesi.
Cartacce abbandonate volteggiavano spinte da due correnti ostili, impregnate di umidità, una proveniente dalla Senna, l’altra dai marciapiedi della ferrovia dominata dalla stazione del metrò.
Tanto peggio per i due imbecilli che sembravano sapersi rendere tanto interessanti davanti alle donne e che, in fin dei conti, non andavano alla Salpêtrière; adesso avrebbero dovuto trovarsi un altro soggetto per distrarsi. Anche la gitana era scesa dal vagone.
Se non era un pedinamento, ne era comunque un’ottima imitazione. A dire il vero mi stava davanti, ma certi pedinamenti si fanno così. Non credevo però di avere a che fare con una collega gitana.
La vidi fendere la marea di viaggiatori e dirigersi verso la pianta della rete metropolitana, con il passo morbido e aggraziato di una ballerina, indifferente alla curiosità che suscitava intorno a lei.
La gonna di feltro, animata dal dolce e armonioso movimento delle anche, era un po’ più lunga del trench e sfregava contro i comodi stivali di cuoio marrone, dalla forma elegante malgrado la mancanza di tacco.
Si fermò davanti alla pianta come per studiarla, ma il tutto sapeva molto di messinscena.
Il metrò ripartì. Arrivò un altro convoglio, sul marciapiede opposto, si fermò e ripartì a sua volta, comunicando alle mie suole intense vibrazioni. Nella cabina del capostazione si sentì squillare la suoneria del telefono. Accesi la pipa.
Adesso eravamo soli sul marciapiede. I viaggiatori lasciati dal convoglio che ci aveva portati lì, per la maggior parte gente che andava a visitare i malati dell’ospedale, non si erano attardati e l’operatore incaricato di tracciare con tanta arte, e l’aiuto di un annaffiatoio, degli otto in parte per terra in parte sulle scarpe dei passeggeri in attesa, non aveva ancora preso servizio, forse proprio perché il marciapiede era, per l’appunto, deserto.
Mi avvicinai alla bella creatura.
Non doveva avermi perso di vista un attimo perché si girò di scatto verso di me proprio quando ci separavano appena due passi. Non mi lasciò il tempo di aprir bocca. Attaccò per prima:
«Lei è… Nestor Burma, vero?».
«Sì. E lei?».
«Non ci vada», rispose. «Non ci vada. È inutile».
La sua voce dal timbro voluttuoso, un po’ rauco, aveva un tono stanco, melanconico. Nelle pupille castano scuro striate da pagliuzze dorate si leggeva una tristezza infinita, se non un accenno di paura.
«Non devo andare dove?», chiesi.
«Dove sta andando…».
Abbassò la voce:
«…A trovare Abel Benoit. È inutile».
Il vento giocava con una ciocca ribelle, abbassandogliela sull’occhio. Con un rapido movimento della testa si spostò indietro la massa fremente di capelli neri. I doppi anelli di metallo che le ornavano le orecchie si urtarono tra loro e l’atmosfera fu sferzata dall’odore del profumo a buon mercato di cui sapeva la lettera che avevo ricevuto a mezzogiorno.
«Inutile?», dissi. «E perché?».
Deglutì a fatica. Si vedeva che era tesa dai muscoli del collo. Sollevò il petto, sforzando ancora di più la lana del maglione. Mormorando, pronunciò due parole quasi impercettibili, due parole che ho sentito spesso nel corso della mia carriera, due parole che costituiscono lo sfondo abituale delle mie imprese, due parole che indovinai appena uscirono dalle sue labbra anche senza sentirle e che non so perché le feci ripetere.
«È morto», mi disse.
Rimasi un momento in silenzio.
Dal basso arrivava il tintinnio caratteristico dei segnalatori dei carrelli portabagagli azionati dagli uomini dellasncf.
«Ah!», dissi infine. «Allora non era uno scherzo».
Mi rivolse uno sguardo di rimprovero.
«Cosa vuole dire?».
«Niente. Continui pure».
«È tutto».
Scossi la testa:
«No. Lei ha detto troppo o non abbastanza. È morto quando?».
«Questa mattina. Voleva vederla, ma non ne ha avuto il tempo. Io…».
Deglutì di nuovo con grande fatica:
«Forse ho aspettato troppo prima di spedirle la lettera».
Con un gesto automatico, portò la mano alla tasca del trench, tomba di messaggi urgenti, tirò fuori un pacchetto di Gauloises tutto accartocciato e lo infilò di nuovo in tasca senza prendere nemmeno una sigaretta. Quel gesto mi ricordò la mia pipa, che avevo lasciato spegnersi. Non la riaccesi e la feci sparire.
«La lettera. È stata lei?».
«Sì».
«E, se ho capito bene, lei mi sta seguendo da quando ho lasciato il mio ufficio per venire qui».
«Sì».
«Perché?».
«Non lo so».
«Forse per essere certa che rispondessi alla sua chiamata?».
«Forse».
«Uhm…».
Dalla scala dell’altra linea apparve un tipo che si mise ad andare su e giù per il marciapiede guardandoci furtivo.
«…Uhm… Abbiamo viaggiato insieme da quando ho preso il metrò alla Bourse. Dato che sapeva che era morto, perché non me l’ha detto prima? Perché aspettare che arrivassi quasi a destinazione?».
«Non lo so».
«Non sa molte cose».
«So che è morto».
«È un suo familiare?».
«Era un amico. Un vecchio amico. Si potrebbe dire quasi un padre adottivo».
«Che cosa voleva da me?».
«Non lo so».
«Ma le ha parlato di me?».
«Sì».
«In che termini?».
Lei si animò:
«Quando mi ha dato la lettera, mi ha detto che lei era un poliziotto, ma non un poliziotto come gli altri, che era una persona corretta e che potevo fidarmi di lei».
«E lei si fida?».
«Non lo so».
«Non sa molte cose», ripetei.
Alzò le spalle:
«È morto», ripeté a sua volta.
«Sì, perlomeno è quello che dice lei».
Spalancò i grandi occhi:
«Non mi crede?».
«Senta piccola… piccola? Come si chiama, scusi?».
Sulle labbra rosse apparve un debole sorriso.
«Lei è proprio un poliziotto», osservò.
«Non lo so. Uhm, adesso parlo come lei. Dovremmo capirci. È così grave chiederle il nome? A lei Abel Benoit ha dato il mio, del resto».
«Bélita», disse. «Bélita Moralés».
«Bene, mia piccola Bélita, io credo soprattutto a quello che vedo. E se Abel Benoit, invece di essere suo amico, suo padre adottivo o non so cos’altro, fosse semplicemente un tipo da cui qualcuno vuole che io stia lontano? Malgrado o forse proprio a causa del suo desiderio di vedermi? Capisce il problema? Io arrivo, lei mi dice che ha tirato le cuoia e io lascio perdere. Purtroppo, però, io non lascio mai perdere così. Sono un tipo testardo, tengo duro».
«Lo so».
«Ah! Allora sa qualcosa!».
«Sì… mi ha detto anche questo… Vada», aggiunse, abbandonando ogni speranza di convincermi. «Vada, così vedrà se l’ho presa in giro o se… se è morto davvero… Ma io non ci voglio più mettere piede in quel posto… l’aspetto fuori».
«Niente da fare! Penso che noi due abbiamo un bel po’ di cose da dirci e sarei molto dispiaciuto di perderla. Lei verrà con me».
«No».
«E se la costringessi con la forza?».
La cosa mi pareva difficilmente praticabile, ma potevo sem­pre tentare un bluff.
Una fiamma scura le illuminò gli occhi:
«Non glielo consiglio».
Poco a poco il marciapiede si era riempito di gente che aspettava il metrò. Cominciavamo a suscitare la curiosità dei presenti. Alcuni, nel vederci confabulare così in sordina, devono aver pensato: «Ecco un altro credulone che si fa fregare». E, forse, non avevano tutti i torti.
«Va bene», dissi. «Andrò solo. Tanto saprò ritrovarla».
«Non farà fatica», rise. «L’aspetterò».
«Dove?».
«Davanti all’ospedale».
«Vedremo!», risposi sarcastico.Maestro del Giallo con sfondo noir , Malet attraverso il personaggio dell'Ispettore Privato Nestor Burma ci porta indietro nel tempo ad una Parigi degli anni '50. 
«L’aspetterò», ripeté, inalberandosi, come oltraggiata dal fatto che qualcuno potesse dubitare della sua parola.
Le girai bruscamente le spalle e scesi le scale che, dopo varie svolte, portano all’uscita, sul piazzale della stazione. Quando fui dall’altra parte dei cancelli di cinta, su boulevard de l’Hopital, gettai un sguardo tra le sbarre di ferro.
Bélita Moralés, ammesso che quello fosse il suo vero nome, mi seguiva lentamente, le mani infilate nelle tasche del suo trench ancora sbottonato, sfidando con quel musetto testardo le frecciate della pioggia.
La distanza che ci separava cresceva a ogni mio passo."





Cari Lettori , vi ha incuriosito l'estratto del Romanzo?! vi garantisco che è una bellissima lettura , pertanto ve la consiglio. Mi raccomando seguite  tutte le tappe  di questo fantastico Romanzo Giallo a Sfondo Noir!!

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